Spazi d’Arte a Castagneto Po

Giornata all’insegna dell’arte per il progetto Spazi d’Arte

Castagneto Po
“l’arte in piazza” 14 settembre 2025

alle ore 14:30

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Laboratorio di Spazi d’Arte aperto a tutte età per provare con i nostri volontari la tecnica dell’incisione, in un pomeriggio ricco di attività


alle ore 17:00

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Inaugurazione della Mostra di 11 studenti dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.
Gli artisti del laboratorio di Incisione della Fondazione Elisabetta Viarengo Miniotti, espongono le loro opere nella sala consiliare del Comune.
Introduzione critica al catalogo di Franco Fanelli.

Carte, mappe, storie, visioni in undici ipotesi

Quell’arcipelago di espressioni, linguaggi, esperienze, desideri, vocazioni, talenti, visioni che è un’Accademia di Belle Arti, è abitato da un’alacre popolazione intenta ad alimentare ciò che, sotto le sue mani, sta germinando, cioè la plausibilità, la persistenza dell’arte nell’immediato futuro.

Non otterremo, da questa attività, un’idea precisa o un pronostico su ciò che ci attende; non è, l’Accademia, il luogo in cui prendono vita «opere», ma il territorio in cui gli allievi compiono il primo passo verso ciò di cui si compone la vita di un artista, laddove le «opere» non saranno che le cellule chiamate a comporre, alla fine, l’Opera, ovvero il risultato di un susseguirsi di interrogativi, esplorazioni, indagini, ipotesi, formulazioni, nascite di organismi concettuali e formali (ammesso e non concesso che i due aggettivi possano essere, trattando qui di arti visive, separati).

Nel predetto arcipelago, l’isola (non isolata ma intercomunicante) della Scuola di Grafica d’arte dell’Accademia Albertina di Torino è approdo, da qualche tempo, di giovani «migranti» che, in assenza o nell’inaccessibilità di luoghi dove poter dar seguito a quanto attivato nei primi tre anni di studi, cercano qui l’habitat, più ancora che una semplice struttura didattica, in cui le forme dei loro pensieri possano nascere e vivere, almeno in questa fase embrionale del loro percorso. Questa mostra consente al visitatore di verificare, tra gli altri aspetti, quali frutti stia producendo il dialogo tra alcuni studenti di maggiore esperienza, iscritti all’attuale Biennio e quelli attivi nel Triennio. Il taglio scelto, in una mostra autocurata, dalle cinque autrici artiste e dai sei autori che la compongono, è incentrato sulla calcografia, la più analitica fra tutte le discipline della grafica d’arte a stampa.

Emerge così una piccola comunità di ricercatori intenti a immaginare un microcosmo mappato (se è possibile, ce lo ha insegnato Borges, costruire una civiltà sconosciuta attraverso la tassonomia dei suoi elementi, è altrettanto possibile una cartografia immaginaria) nell’opera di Filippo Bruno o indagato nella sua vegetazione primaria di muschi, licheni e altri organismi viventi da Matteo Mottolese e da Enrico Novaria.

Non è dato sapere se lo strumento virtualmente utilizzato da Francesco Latassa per individuare la biologia di creature primarie o di remote costellazioni apparse nei cieli delle sue notti di acquafortista sia il microscopio o il telescopio, ma intanto Giulia Di Modugno offre, quasi catalogandoli, le risultanze della sua ricerca in minimi reperti metallici sottoposti a diverse sollecitazioni segniche e materiche ed è forse con stupore (perché sì, uno dei fini dell’arte ancora oggi è la meraviglia) che l’artista ha verificato come il riflesso di quei piccoli ritrovamenti possa essere duplice: nell’assertività documentaria della stampa e nell’efflorescenza microtridimensionale delle carte che la accolgono.

Accanto a lei, Sofia Sioni estrae dal groviglio di non ancora decifrabili impronte l’esistenza o la preesistenza di una scultura, se non la sua invenzione ex novo. Perché, almeno agli occhi di chi ha il privilegio, come chi scrive, di poter essere aggiornato con regolarità sui risultati di queste ricerche, non è del tutto chiaro se queste cinque artiste e questi sei artisti stiano ricercando per ricostruire un codice o per costruire ex novo un mondo sconosciuto.

O forse è il loro a partire su archetipi o fondative catarsi e metamorfosi (il corpo, l’eros, nelle straordinarie incisioni di Francesco Feltri, ad esempio) checi riporta alla mente, di fronte alle opere ora esposte, all’esplorazione effettuata dal protagonista de “Il mondo estremo” di Christoph Ransmayr a Tomi, il luogo dell’esilio di Ovidio, erede, «portatore» e creatore di miti e poesia.

Il mondo estremo appare a Cotta, il senatore in cerca delle tracce perdute dell’amico, per progressive messe a fuoco, apparizioni e sparizioni, epifanie ed eclissi, ed è ciò che accade, ci pare, nelle opere di Elena La Barbera, non a caso, tra le autrici e gli autori in mostra, la più attenta al rapporto tra arte visiva e arte narrativa.

Narrazioni, appunto. Ovidio stesso è tra i molti che ci hanno tramandato l’idea del racconto e della poesia, e anche della loro messa in scena, come necessità: lo riscopriamo, qui, nelle opere, diverse per concezione e ispirazioni, di una narratrice e di un narratore per immagini, due giovani intensi, ironici, enigmatici affabulatori come Valeria Terrani e Francesco Nardulli.

Nel microcosmo necessariamente plurale di fili, d’ombre, sussurri, ramificazioni, spasmi, geologie, cartografie e zoologie immaginarie che si palesa in questa mostra (compito dell’artista è anche il fare luce, il rivelare l’invisibile) è possibile anche dare forma a un soffio, e di quel soffio (vitale?) riconoscere la composizione, la consistenza, il volto, l’ombra, ed è ciò che riesce a fare Cinzia Rossi cercando «L’archeologia del vetro».

Franco Fanelli


Introduzione della Fondazione Elisabetta Viarengo Miniotti E.T.S.

Il progetto Spazi d’Arte, nato progettualmente nel 2024 e avviato nella sua prima fase operativa all’inizio del 2025, ha preso vita all’interno dell’ex atelier di Elisabetta Viarengo Miniotti, oggi sede della Fondazione che porta il suo nome.

L’iniziativa nasce dal desiderio di offrire ai giovani studenti di grafica un luogo reale e stimolante dove poter continuare, fuori dagli spazi istituzionali, il proprio percorso artistico in piena autonomia. La Fondazione mette a disposizione attrezzature professionali, spazi di lavoro e un prezioso archivio d’artista, ma soprattutto un ambiente abitato dalla memoria e dalla qualità del lavoro di Elisabetta, dove i segni del fare artistico si respirano ovunque.

Il progetto si fonda su un principio semplice ma radicale: non fornire insegnamenti accademici, ma occasioni concrete di crescita attraverso la pratica. I ragazzi che frequentano lo studio sono già autonomi nel proprio linguaggio e nel proprio operare, ma trovano nel confronto reciproco e nel supporto tecnico dei volontari un valore aggiunto fondamentale.

Alcuni volontari, formatisi a loro volta nell’ambito della grafica d’arte, mettono a disposizione competenze tecniche solide e un’assistenza attenta, sempre proposta con spirito collaborativo, non direttivo, nel pieno rispetto della libertà di ricerca degli studenti.

Gli undici artisti che partecipano a questa prima restituzione pubblica rappresentano un gruppo affiatato e determinato. Si distinguono non solo per le capacità tecniche e la maturità espressiva, ma anche per l’entusiasmo, la costanza e la cura con cui hanno creato le loro opere.

Molti di loro, con senso di appartenenza, collaborano con la Fondazione come volontari, contribuendo attivamente a rendere lo spazio, oltre che un laboratorio, un luogo di condivisione e convivialità.La mostra di-segno impressione è frutto del loro lavoro collettivo, autocurato e autogestito, ed è per noi il primo segno tangibile della vitalità di questo progetto. Come Fondazione, siamo orgogliosi di accompagnarli in questo passaggio e di continuare a sostenerli nel loro cammino artistico, umano e professionale.


Scatti durante la preparazione delle opere per la mostra

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La fase iniziale del progetto

Spazi d’arte in giardino

A Corio Canavese ospite di ArCo

A Drugno nel contesto della Mostra Antologica “La rosa s’aperse”

In Fondazione: workshop per gli studenti

Laboratorio della carta


con il patrocinio di