Anima Mundi (2018)

«Se l’arte è sempre espressione della società che la produce, allora siamo proprio messi male. Per fortuna di tanto in tanto si incontrano artisti alquanto singolari, che rappresentano il tempo in cui vivono, senza dimenticare la storia dalla quale provengono»

(Umberto Eco).

SOFISMO

Non escludo affatto la volontà di un malcelato accento polemico nel proporre alcune considerazioni che reputo essenziali per capire oltre mezzo secolo di “buona” pittura nell’opera (questa esposizione ne condensa gli ultimi trent’anni) di Elisabetta Viarengo Miniotti.

PREMESSA

L’arte contemporanea continua a godere di un’immensa fortuna sul mercato. In effetti, da quando la fotografia ha svincolato la pittura dalla rappresentazione imitativa del vero (e questo fu un autentico stravolgimento delle regole), e portò alla nascita dell’arte moderna e alla scoperta della assoluta libertà di espressione dell’artista, a poco a poco i pittori persero interesse per la descrizione della realtà dipinta a pennello e guardarono alla natura non come a un modello da copiare, ma come fonte di una libera ispirazione. Questa invenzione fu un colpo basso per la pittura, unico mezzo di rappresentazione visiva, fedele o fantastica, della natura fino allora conosciuto (tanto che vi fu chi chiese al governo di proibirne l’uso, perché di fatto era una concorrenza terribile per chi viveva di ritratti o di figurazioni realiste di genere). Di contro (e sembra un paradosso) per tanti anni, a causa di un affettato sedicente intellettualismo che disprezza ed emargina, considerandolo obsoleto, chi intende coltivare la pittura di antica scuola, c’è stato, e tuttora c’è, chi si “vergogna di dipingere”. Anche nelle accademie, da dove tanti allievi dei corsi di pittura oggi escono “laureati” senza conoscerne le tecniche, (per non dire di quelle dell’incisione) o anche, per assurdo, senza saper disegnare. La domanda, ovvia, che sorge spontanea è: dopo quasi due secoli da questa scoperta, in un’epoca caratterizzata dalla invenzione della tecnica fotografica digitale e dalla immediata possibilità di diffusione a distanza dell’immagine per la sua riproducibilità, in qualsiasi dimensione e su infinite varietà di supporto, che bisogno c’è ancora di una pittura che si ispiri alla realtà? Accade in effetti che la pittura non abbia più niente a che fare con il lavoro manuale dell’artista, il quale, per eccesso – esaltando l’arte contemporanea il pensiero senza la forma, il Kunstwhollen teorizzato da Alois Riegl) – ha dimenticato di imparare le basi di un mestiere, quello di cui l’artista ha bisogno per dare forma tangibile a un’idea. Ecco dunque che le tecniche per l’arte del terzo millennio sono di colpo cambiate dopo millenni di storia: il mouse del computer ha sostituito il pennello, e lo schermo digitale la tela.

CONVINZIONE

È il disegno che assicura il reale possesso del visibile: è la prova di quello che l’artista ha visto senza dover dipendere da un procedimento meccanico o digitale, senza passare attraverso la fotografia. Perché al principio c’è il disegno. Perché se qualche artista si proverà a far rinascere la pittura dovrà incominciare dal disegno. Perché, se la pittura dipende dalla fotografia, la fotografia si sostituisce alla pittura (l’ha già fatto!) e la pittura che è stata “sorpassata” dalla fotografia è finita, morta. È il disegno l’unica strada da percorrere, l’unica via d’uscita: il disegno come antidoto alla tante volte dichiarata morte dell’arte – il celebre e famigerato topos di Hegel, l’«Ende der Kunst», che diede inizio alle varie catalessi che anticiparono quest’ultimo ahimè fatale collasso – oggi probabilmente giunta all’epilogo almeno nel significato tradizionale, dacché l’arte attuale è tutto tranne pittura (e scultura), e non è ancora deciso se sia questo, per il futuro dell’arte, lo è invece (purtroppo) per la “pittura” e per le tecniche tradizionali, un fatto del tutto negativo. Rubo a Giorgio De Chirico che, era il 1942, nelle sue “Considerazioni sulla pittura moderna”, affermava: «Un capolavoro pittorico deve contenere non solo l’ispirazione dell’idea e del soggetto, ma anche l’ispirazione della fattura e della materia. [...] L’ispirazione è un fenomeno difficilissimo a vedere ed a capire per una persona di cui la comprensione, l’intelligenza ed il senso per l’arte non sono all’altezza... Spesso si può osservare, presso le persone che si occupano molto di pittura moderna, che quando esse si trovano davanti a un quadro di una buona qualità, bene eseguito e contenente un indiscutibile valore pittorico, stanno zitte e non esprimono nessuna opinione. S’insospettiscono per il fatto che il quadro “piace a loro sinceramente”. [...] Molti critici non solo non si interessano ma addirittura detestano la pittura e preferiscono quindi “non guardare il quadro” che viene loro mostrato». E anche, come contrappasso, a Jean Clair una frase di Degas espressa di fronte a un quadro forbito all’eccesso: «C’est peüt-être fini, mais ce n’est sûrement pas commencé», «Può essere [un quadro] finito, ma di certo non è [un quadro] iniziato» lamentando la pittura troppo perfetta che scimmiottando la fotografia nascondeva il disegno.

ANIMA MUNDI

Dedico a Elisabetta Viarengo Miniotti, parafrasandola, una frase di Enrico Sacchetti (grande illustratore, scrit- tore, creatore di mondi e stili) che esprime, meglio che non si può, quello per cui io dovrei cercare parole meno ispirate e genuine: “...quando dipinge *** è un pittore. Detto a questo modo pare una grulleria, eppure son così pochi quelli che dipingono perché sono pittori! Chi dipinge per va- nità, chi per vigliaccheria, chi per sbarcare il lunario, chi per religione o patriottismo, molti per vizio; pochissimi, ma proprio pochissimi quelli che dipingono perché sono pittori”. Elisabetta dipinge la natura (niuna cosa dà la natura, madre di tutte le cose e operatrice ..., che egli con lo stile e con la penna o col pennello non dipignesse [scrive il Boc- caccio di Giotto]), un paesaggio fatto di rocce, di acqua, di fiori, di grano, di alberi, di figure. Dipinge i riflessi della luce, e spesso c’è un accenno di ebbrezza nel suo colore. Con una vibrazione esaltata che pare percorrerla, la natura, sotto la pelle. Che ne fa sentire l’odore. Al- l’alba fresco di sensazioni che arrivano ora dalle valli ora dal mare; a mezzogiorno denso di note di resina e di rosmarino, di terra e di paglia; di sera caldo e acre, asciutto e castano; di notte terso nel blu profondo, del mare e dell’oltremare, gemmato di lumi. Delicato e violento, profondo e agitato, persino salmastro e fradicio, secco ed assetato. Ma soprattutto azzurro, colore, sapore, suono, mi- stero di cobalti e turchesi, celesti e turchini. E ancora verde, acerbo e livido, verdume e verzura, erbe e fronde, freschezza, rigoglio, vigore. E talvolta il giallo, biondo rossiccio di grano, giallastro di polvere e gial- liccio di fumo, e persino gialligno, intriso di afa e ca- lura, come l’ittero.

Gianfranco Schialvino


Archivio Elisabetta Viarengo Miniotti mail@eviarengominiotti.com

Schialvino