7 aprile 2018

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Possiamo sicuramente definire Chivasso “Città d’arte”, non soltanto perché è terra di numerosi bravi e celebri artisti ma anche, perché ama accogliere nei suoi spazi espositivi sia pittori emergenti sia mostre di fama nazionale ed internazionale. E’ il caso della mostra “Anima mundi”, ospitata nella prestigiosa Galleria di Palazzo Luigi Einaudi. Nelle sue sale espositive trovano spazio rilevante le opere di un’artista torinese di grande valore, la torinese Elisabetta Miniotti Viarengo, pittrice ed incisore. La nostra Amministrazione è orgogliosa di annoverare tra gli artisti che sono passati a Palazzo Einaudi, struttura che ha segnato passi importanti nella storia chivassese, anche la Miniotti Viarengo. E convinta che “Anima Mundi”, curata da Gianfranco Schialvino, avrà lo stesso successo di pubblico attribuito alle migliori mostre che l’hanno preceduta.

Il Sindaco Claudio Castello

L’Assessora alla Cultura Tiziana Siragusa

 


vite

"Vite - olio su tela cm 50 X 50 - 2011

 


 

UNO SPICCHIO DI EDEN

«Je gratte beaucoup». In questo è magrittiana Elisabetta Viarengo Miniotti. Levare e levare ancora è la sua divisa. Fare silenzio. E così «auscultare». Non le umane, ma disumane, ossia stolte, ossia bacate, voci. È lo spinoziano «Deus sive natura», semmai, ad avvolgerla, a sor- reggerla, a ispirarla. C’è. in Elisabetta Viarengo Miniotti, una sicura, indelebile orma. Un’ascendenza nitida. Un «maggiore» che la scorta: Giacomo Soffiantino, l’ultimo naturalista. il mentore nel vergiliato tra boschi, acque, giardini. Ogni opera un vis-à-vis, un corpo a corpo con il mistero, in ag- guato la luce, in agguato le tenebre. Che cos’è, che cosa supremamente deve essere un artista se non un esploratore, un inviato nell’Ignoto, un acrobata sul filo - se occorre - dell’assurdo, credendo - se occorre - all’as- surdo perché tale? Elsabetta Viarengo Miniotti esige un’attenzione meticolosa, uno sguardo al diapason, una «religiosa» statura. Calandosi, compenetrandosi, come lei vuole, fortissi- mamente vuole, nel Creato, nel suo alfabeto simbolico, nella genealogia del senso, estraneo, beninteso, alle ovvie tessiture. C’è un respiro fantasmatico nell’atelier di Elisabetta Viarengo Miniotti. Una «prodigiosa» tensione. Un’ansia di «altrove», qua e là così intensa da sfiorare lo spasimo. Come non rian- dare a Nicolas de Staël citato da Roberto Tassi (quando c’era la critica): «Per tutta la vita ho avuto bisogno di pensare alla pittura, di vedere quadri, di fare della pittura per aiutarmi a vivere, di liberarmi da tutte le impressioni, tutte le sensazioni, tutte le inquietudini alle quali non ho mai trovato altro scampo che la pittura». È una visionaria, Elisabetta Viarengo Miniotti. Ma non del reale. Avendo varcato il tenue muro fra il qui e ora e il mondo che sulle carte geografiche non esiste, un mondo, chissà. addirittura a prova di mappa. Via via intuendo, captando, intravedendo, svelando, al lume della montaliana fermezza: «Ora non domandarmi perché t’ho identificata». Elisabetta Viarengo Miniotti e la sua scommessa. Giorno dopo giorno, di olio in incisione conquistando uno spicchio di eden, di meraviglia, di bellezza. C’è anche una bella estate e un treno che va e un nuotatore irriducibile al naufragio nel suo carnet. Perché firmare la resa?

Bruno Quaranta


 

vite

"Figura nel giardino" - olio su tela cm 70 X 70 - 2017


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Archivio Elisabetta Viarengo Miniotti mail@eviarengominiotti.com