ELISABETTA
VIARENGO MINIOTTI
“STAGIONI”
presentazione
di Gianfranco Schialvino
inaugurazione
4
maggio 2006 – ore 17,30

Stagioni - Olio su tela - 100x100 - 2006
"Stagioni
Elisabetta
Viarengo Miniotti, a ripercorrerla adesso, dopo tanti anni di attività,
mi sembra faccia emergere un particolare ed imprevisto inedito elemento
strutturale di lettura del suo lavoro. Credo in effetti di avvertirvi,
all’interno, un andamento circolare (ove, ad una indagine lieve, e meramente
formale ed estetizzante, nell’unitario divenire della sua personalità
artistica, potrebbe accadere di riconoscere una dinamica rettilinea, ovviamente
irreversibile). Molte appaiono invero, insieme alle permanenze iconiche, le
ricorrenze stilistiche ed i sopravvenienti ritorni, accanto ancora a periodiche
occasioni di voli liberi, nella puntuale appartenenza ad un’avventura
culturale sempre aggiornata.
Appare
dunque estremamente logico, pur nella sua serendipità, il titolo di
questa mostra, Stagioni; a voler in
qualche modo intendere nella propria coscienza d’identità esistenziale,
intima ed operativa, una verità di dinamismo frenato e circoscritto,
nella ricerca specifica di una dialettica formale, senza tumulti eccessivi né
provocazioni travolgenti; nell’ambito di un imprescindibile dinamismo
inventivo, certo, ed in una simbolica caratterizzazione poetica.
Elisabetta
fonda le ragioni del proprio produrre in un privato emotivo ed immaginativo, che
fonda in sensi panici le motivazioni di una pronunciata, viscerale ed austera
indagine sulla natura, nei termini prossimi di una ricerca che, in voga agli
inizi del suo percorso artistico, in una sincretica formula venne battezzata
“astratto-concreto”.
Sostanzialmente appartata in una istintiva diffidenza, intellettuale e
psicologica, al frenetico susseguirsi di eventi effimeri e mode culturali, il
suo modus operandi si basa sulla cieca
fiducia nella costruzione di un personalissimo universo di spazialità
cromatica, che esalta, in un pragmatico entusiasmo creazionistico, con la piena
partecipazione dei sensi, il mezzo archetipo del “fare pittura”: il colore.
Il
risultato di questa paziente alchimia, di ansia d’identità, di
immaginario e vissuto, di pratica artigiana e di attivismo inventivo,
sedimentata nel rapporto fisico con l’ambiente e in una precisa matrice
poetica, è un’immagine assolutamente pittorica, un particolare impianto
cromatico di comporre la scena, in consistenti e suggestionanti motivazioni
iconiche.
Elisabetta
è pittore di tempi lenti, lunghi, sostanzialmente legata ai ritmati
ritorni ciclici della natura, autarchica, orgogliosa della propria diversità
ed autonomia. In lei il colore è canto ed armonia; una musica che permea
i sensi, l’immersione nella luce della tavolozza. Il concerto dei gialli
dorati profuma di grano, l’azzurro in cui danza la nuotatrice sa di salmastro,
la nebbia invischia i pampini in pungenti umidori, le betulle stillano rugiada e
brillano neve. È il colore, palpitante di vita, gonfio ora di lucori ora
di abbagli, la materia georgica della sua dimensione emotiva: nella plastica
immerge spighe e fiori, nella liquidità le ondine sinuose, nell’aerino
nubi e rami e farfalle. Non sono simbolismi gratuiti, ma emozioni rivissute,
riproposte con la reinvenzione del creato, con intensa capacità evocativa
di sensualità impulsive, nel suo ritmo, nell’affascinante alternanza,
esaltante e macerante, di emotività contingenti, nell’interrogativo
inesauribile della vita.
L’accezione
naturalistica si affastella di segni, cromaticamente omogenei, che animano le
figure dall’interno, legati in un fitto accostamento e qualche viluppo;
talvolta il groviglio si dirada, scompaiono le sottolineature della lacerazione
interiore che sgravida l’immagine, e le linee si dispiegano nello spazio,
diradano fino ad originare la macchia e l’estesa campitura tonale, ad
immergersi in una differente seppur parallela formulazione linguistica,
privilegiando il piano alla linea; talaltra il tratto prevale, quasi fosse
inciso nella materia, in un intrico che scandaglia, coinvolgendo nelle tensioni
emotiva e passionale l’estetica formale della pagina.
Ciò
accade soprattutto nella grafica, dove il gesto diviene metamorfico graffio,
lacerazione e ferita, in scattanti diramazioni e sovrapposizione di intrecci, in
una sintesi che affida l’esito ai pastelli ed ancor più al ferro che
imprigiona la lastra, ed il succedaneo foglio, in un tatuaggio che accantona
ogni aspetto estetizzante, per rinsaldare nell’assenza del colore l’impianto
strutturale ed espressivo.
Gianfranco Schialvino
“Micrò”
galleria d’Arte Torino
Piazza
Vittorio Veneto, 10
Orario galleria
Da martedì a venerdì 16,00 - 19,30
Sabato 10,30 - 12,30 15,00 - 19,30
Elisabetta Viarengo Miniotti
mail@eviarengominiotti.com
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